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CAMPIONI ITALIANI

29 lug
Tempo di lettura: 9 min

LA FINALE: IL GIORNO CHE ASPETTAVAMO


La finale nazionale era il momento che avevamo immaginato fin dall’inizio del nostro percorso. Un obiettivo che sembrava lontano, quasi impossibile da raggiungere, e che invece quella domenica mattina era lì davanti a noi. Dopo le convocazioni, il viaggio insieme, le partite del girone e tutte le emozioni vissute a Monfalcone, eravamo finalmente arrivati al momento più importante. La mattina della finale c'era sicuramente tensione, ma anche quella leggerezza che ci ha sempre contraddistinto. Da una lato c'erano le telecamere, gli spalti gremiti, la diretta online, e tutta l'atmosfera di un evento importante. Ma dall'altra parte abbiamo ballato e scherzato sugli spalti, sottolineando così, che quella che doveva giocarsi la finale contro i campioni in carica, non era solo una squadra, ma un vero e proprio gruppo di amici.



PRIMO QUARTO: LA BOTTA


Dopo le presentazioni delle squadre e l'inno nazionale, che fa sempre il suo effetto, è finalmente arrivato il momento di scendere in campo. L'inizio della finale è stato probabilmente il momento più difficile degli ultimi due anni. Non perché stessimo giocando male, ma perché Zio Pino è entrato in campo deciso a non sbagliare nulla, segnando tutto ciò che tirava, e dopo pochi minuti ci siamo ritrovati sotto di ben nove punti. In una finale nazionale un parziale del genere può diventare pesantissimo, e nel Baskin, ancora di più. Noi lo sappiamo bene, perchè di solito è il nostro modo di approcciare la partita, ma questa volta ci siamo ritrovati dall’altra parte; a subire la spallata iniziale e a dover reagire. P

Tutti insieme, piano piano, un pezzettino alla volta. Ci eravamo resi conto di quale fosse il livello, ci avevamo sbattuto contro come si fa con un muro, ma eravamo anche consapevoli che non avremmo dovuto vincere il primo quarto, bensì la partita.



SECONDO QUARTO: LA RIMONTA


Nel secondo quarto abbiamo iniziato a riprenderci la partita. Abbiamo alzato l'intensità, soprattutto in difesa, abbiamo recuperato qualche pallone sia grazie a giocate individuali di spessore che a qualche schema mai provato fino a quel momento, e ci siamo poi affidati alle nostre certezze in attacco. Nonostante i nostri pivot, come mai successo in campionato, tirassero tutti da due e quelli avversari da 3, siamo comunque riusciti a riprenderla. All'intervallo eravamo sotto solo di un punto, 43-42. Ma il risultato raccontava solo una parte della storia. La cosa più importante era l'inerzia. Noi eravamo rimasti vivi dopo un inizio difficile, mentre loro, iniziavano a sentire che non sarebbe stata una finale semplice come sembrava. È stato l’ennesimo momento che ha dimostrato la crescita di un gruppo che non ha mollato, ma è rimasto lì, a lottare insieme.



TERZO QUARTO: LA FIDUCIA


Il terzo quarto si è aperto con altre due cose mai fatte nella nostra storia sportiva. Un’inversione difensiva da canestro alto a basso fra i nostri ruoli 5, e la ripresa nel post intervallo con un Pivot diverso dal solito. Inutile dire, che in una finale, fare tutte queste scelte diverse rispetto alla normalità è una mezza follia; ma è altrettanto inutile sperare di poter fare un’impresa, senza rischiare nemmeno un pò. La differenza sostanziale risiede nell’avere un gruppo che si fida talmente tanto gli uni degli altri da affidarsi completamente ai propri compagni, anche facendo cose mai provate prima in un momento così delicato. Tutte queste scelte, seppur coraggiose, sono riuscite a ribaltare quella che sembrava una storia già scritta e a riscriverla come volevamo noi. In questo quarto, anche chi appunto aveva giocato in sordina fino a quel momento è uscito dal guscio trascinato dall’arrembante forza di volontà dimostrata dalla squadra. Sono arrivati finalmente i punti che erano mancati nei quarti precedenti.



QUARTO QUARTO: LA CONFUSIONE


Gli ultimi minuti sono stati una fotografia perfetta di quello che è una finale nazionale. Abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di averla chiusa, di avercela fatta. Ma come tutte le grandi squadre Zio Pino ha messo in piedi una rimonta basata sulla maggiore esperienza a questo livello. Sono tornati sotto, hanno forzato qualche palla persa nostra di troppo e sono persino arrivati ad essere sopra di un punto a pochi minuti dalla fine. Time-out: a questo punto nessuno aveva più certezze, se non il nostro Vice, che dall’alto della sua saggezza ci ha spiegato perché ci saremmo meritati noi di vincere questa partita: “Perchè ci stavamo divertendo più degli altri”. E quanto era vero. Poi negli ultimi due minuti è successo il delirio, vi basti sapere che ci siamo ritrovati con la palla in mano, a sette secondi dalla fine. Altro Time-out: rimessa disegnata da tutt’altra parte del campo, anche qui l’ennesima inconsuetudine rispetto alla nostra solita amministrazione da parte della panchina, ma in momenti così, essere lucidi è tutt’altro che facile. Ma forse sono stati anche tutti questi momenti a rendere il tutto ancora più bello. Perché una finale non è perfetta, anzi, tutt’altro. Una finale è vera, fatta di errori e del coraggio di riparare a essi.



SETTE SECONDI: LA FINE


E poi è arrivato quel momento che è difficile anche solo raccontare, perché dentro c'è tutto il percorso fatto fino a quel giorno. L'ultima azione della partita non è stata soltanto un possesso decisivo di una finale nazionale, ma la somma di anni di lavoro, di allenamenti, di difficoltà superate, di momenti vissuti insieme e soprattutto di persone che hanno creduto in tutto questo e che quel giorno erano lì a soffiare per far entrare quel pallone.

C'è stata la rimessa, il blocco, il cambio angolo di blocco, due palleggi, un contatto, forse due, e la palla che si alza in aria. Ferro. Tabellone. Ferro. Ferro. Ancora ferro e poi Retina. E poi solo lo speaker: “Reggio Emilia Novanta, Udine ottantotto”. E se un secondo prima tutti erano lì fermi, come pietrificati, a fissare quel canestro; un secondo dopo tutta la tensione si è scaricata in un mucchio selvaggio fatto di lacrime, gioia, soddisfazione e tanto, tantissimo amore. Il capitano di Udine, dirà poco dopo:“Quando ti vanno dentro canestri del genere, è perché tutta l’energia della squadra si condensa in unico giocatore e nella palla che sta tirando. In quel tiro lì, c’era tutta l’energia della squadra di Reggio Emilia”. E pensiamo che non ci sia modo più sportivo di questo, da tutti i punti di vista, di raccontarlo.



LA FESTA: DOPO LA TESTA


Dopo quel canestro è successo quello che succede solo nei momenti veramente speciali: nessuno ha più avuto il controllo. Baskings che saltavano, Baskings che correvano; Baskings che si ammucchiavano e spataccavano altri Baskings; Baskings che urlavano; Baskings che si abbracciavano ancora increduli di quanto fosse appena successo. Era la magia della Marea Blu che si abbatteva sul campo di Monfalcone creando un caos perfetto e bellissimo allo stesso tempo. Dopo questo momento obiettivamente difficile da descrivere, non è mancata l’onda BiancoBlu, sulle note di uno dei nostri pezzi preferiti prontamente richiesto al DJ, verso il pubblico che ci aveva così calorosamente sostenuto durante tutta la partita. Tutti per mano, uniti, diretti nella stessa direzione, tirando ed essendo tirati dagli altri allo stesso tempo. Metafora perfetta di ciò che siamo. Mentre qualcuno, da vero Robin, si godeva la vista da posizione privilegiata, potendo leggere solo i numeri e il nome della sua adorata città, senza realizzare cosa fosse veramente appena successo. Poi i balli e i cori, davanti alla tribuna, come ci hanno insegnato a fare i nostri Ultras; e proprio in quel momento, quasi come uno scherzo del destino, che si è palesata anche la presenza di una parrucca blu nel bel mezzo degli spalti, come a dire “sono sempre lì con voi”.



IL PUBBLICO: UN CRESCENDO DI AMORE


Una delle sensazioni più belle della finale è stata proprio vedere cosa è successo sugli spalti. Perché sì, la partita era Reggio Emilia contro Zio Pino Udine, ma a un certo punto sembrava che fosse diventata qualcosa di più. Metà palazzetto era occupato dai tifosi di Zio Pino, arrivati da pochi kilometri di distanza e che non hanno mai smesso di tifare per la propria corazzata. L’altra metà, ad inizio partita era occupata solo da pochi dei nostri che avevano deciso di farsi questa infinita trasferta per venire a sostenere i Reggiani. Ma col procedere della partita, la nostra curva acquisiva sempre più gente. A fine partita, ci siamo resi conto che la nostra metà palazzetto contava più persone di quella avversaria. E la cosa stupenda è che guardandoli bene erano tutti i ragazzi e le ragazze delle squadre che avevamo battuto per arrivare lì nei giorni precedenti. Ma ai quali probabilmente avevamo lasciato qualcosa che li aveva portati a tifare per noi in questa finale.



IL TIFO: UNA COMUNITÀ UNITA


Non scorderemo mai la faccia dei Pivot di Pesaro, praticamente in lacrime; la stessa faccia che avevano anche i cinque di Schio; e anche l’improbabile ma bellissimo gruppetto di Team Baskin per i quali avevamo fatto il tifo noi giusto un paio di anni prima. E forse questa è una delle cose più belle che ci portiamo dietro: la quantità di affetto ricevuto durante la partita e dopo la vittoria. Da tutti, indistintamente. Nessun tornaconto, nessuna invidia, nessuna rivalità. Solo gioia per quello che stavamo vivendo. Le altre squadre, gli organizzatori, le persone presenti al palazzetto, persino lo speaker e il DJ: tutti sembravano partecipare a qualcosa di così speciale per noi. C'era tutta una comunità che si era affezionata alla nostra storia. Per non parlare di tutti coloro che non erano fisicamente lì ma che stavano vivendo quella partita insieme a noi, azione per azione, soffrendo e urlando davanti ad ogni tipo di schermo.



ZIO PINO: LA BELLEZZA DELLO SPORT


Un elogio particolare va anche a Zio Pino. Perché perdere una finale così, dopo essere stati a un passo dal titolo, non è facile. Eppure il modo in cui hanno reagito è stato bellissimo. La partita è stata vera, intensa, combattuta, dura. Come è normale che sia in una finale, ma sempre nel pieno rispetto degli avversari. Dopo la sirena hanno dimostrato una sportività incredibile. Hanno accettato la sconfitta, non solo sono venuti a salutarci, ma hanno riconosciuto il valore di quello che avevamo fatto. Una cosa siamo sicuri di poterla dire dopo questa finale. Abbiamo incontrato qualcuno, che come noi, morirebbe in campo per la vittoria e che riesce a dare la giusta importanza alla parte sportiva di questa disciplina.



IL PALCO, LA COPPA, IL PRATO E LO SPOGLIATOIO


Dopo la partita è arrivato il momento del palco. Un momento magari semplice, ma che per noi aveva un valore enorme. I ragazzi delle altre squadre passavano a farci i complimenti, gli abbracci e i sorrisi di chi aveva condiviso quei giorni con noi. Non c’era ancora spazio per la stanchezza, e quando siamo saliti sul palco per prendere la coppa, così tanto invocata dal nostro capitano, è stato un momento veramente speciale. Non serviva un grande spettacolo. Bastava essere lì sopra, insieme, con quella coppa in mano. Era la prova concreta che ce l'avevamo fatta. Ma la cosa più bella è stata vedere i ragazzi vivere quel momento. Non accompagnati, ma protagonisti. Tutti insieme e tutti nel proprio modo, chi in prima fila a far ondeggiare il trofeo, chi scivolando e cadendo, chi con lo zaino e i codini ancora in testa, chi con gli occhiali veloci sempre indosso, anche se questa volta più che per una questione di stile servivano a nascondere le lacrime di gioia. Poi le foto di rito con la coppa, in un prato che difficilmente ci scorderemo. Le nostre divise blu e le maglie bianche con l’onda che si abbatteva su Monfalcone sarebbero raramente state così bene con il verde di quel prato e il viola di quel banner con scritto Finali Nazionali come quel giorno. Baci, abbracci, Dab e anche il tempo per flexare qualche bicipite.

Poi è arrivato lo spogliatoio. E forse lì c'è stata la gioia più autentica. Una festa senza freni, solo noi. Senza telecamere e senza pubblico. La musica, la doccia, i cori, una quantità di energia difficile da spiegare. Il taglio delle retine, che solo un veterano di calibro più alto avrebbe giustamente potuto guidare. Perché non capita tutti i giorni di vincere un campionato nazionale, nemmeno nel basket. E se il 5 si merita di tagliare la retina dell’alto, il nostro capitano si merita di tagliare quella del basso. Perchè anche questa è inclusione nella sua forma più vera e autentica che possiate trovare.



IL RITORNO A CASA


La domenica sera è stato forse il momento in cui abbiamo iniziato davvero a capire la dimensione di quello che era successo. Al ritorno in città, l’accoglienza ci ha lasciato senza parole. Genitori, famiglie, amici, tutti i ragazzi del gruppo junior erano lì ad aspettarci. Persone che magari non erano state presenti fisicamente alla finale, ma che ne parlavano come se lo fossero state, e che avevano vissuto ogni secondo insieme a noi, anche se a distanza. Persone venute per condividere un momento di crescita importante, non solo a festeggiare una vittoria. E per l’ennesima volta il parcheggio della decathlon ha visto arrivare un Van con “We are the champions” a palla, seguito da una Jaecoo col tettuccio aperto dal quale spuntava un trofeo alzato con tutto l’orgoglio e l’instabilità del mondo. Ma questa volta non era un trofeo qualsiasi. Era quello che suggellava un percorso durato otto anni e che ci incoronava per la prima volta Campioni D’Italia. E quindi striscioni, palloncini, gazebo, cibo, fumogeni, coriandoli, trombe e tamburi erano ciò che ci meritavano, insieme a tutto l’amore che ci ha travolto come un’onda, non appena siamo scesi dalle macchine.



LA STORIA È STATA FATTA


La cosa che forse sarebbe servita per completare questa finale sarebbe stata una telecamera nelle case delle persone durante l'ultimo tiro. Vedere le reazioni, le urla, le lacrime, le sigarette, i momenti vissuti lontano dal palazzetto. Per fortuna qualche fotocamera c’era, e ci ha fatto vedere cosa significava quel momento anche per chi era a distanza ma seguiva le imprese dei suoi amici. Perché questa è stata la cosa più importante: tante persone si sono sentite parte di qualcosa di più grande di lorol; e mai come questa volta non c'è stato bisogno di trascinare nessuno. Erano tutti dentro. Tutti protagonisti. Anche chi non ha giocato. Tutti parte della stessa storia. La storia di una squadra che è partita dal nulla, e passo dopo passo, rimanendo se stessa, e rimanendo fedele ai suoi valori, è arrivata fino sul tetto d'Italia.

Alla fine siamo tornati a casa con una coppa, ma soprattutto con la conferma di aver costruito qualcosa di molto più grande. Qualcosa che non appartiene solo a chi era in campo. Ma che appartiene a tutti quelli che, in un modo o nell'altro, hanno fatto parte di questa bellissima storia.


 
 
 

1 commento


Che finale, che pathos. La botta iniziale, la rimonta, il dover combattere punto dopo punto. Lo scivolone finale e quel canestro al limite, che entra dopo il fischio. Mamma mia. Un gruppo che non si dà mai per vinto: un allenamento di vita. Vittoria meritata. Che emozione esserci.

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