PARIGI, BEN OLTRE IL TORNEO VINTO
Parigi non è stato solo un torneo, ma un viaggio vero e proprio. Non solo una trasferta sportiva, ma un'esperienza che ha completato in maniera perfetta quello che è stato un anno incredibile ed irripetibile per i Reggio Emilia Baskings. È stato un viaggio che ha saputo racchiudere tutto quello che siamo arrivati ad essere e ha sicuramente lasciato un segno in tutti e proprio tutti i ragazzi.
A partire dal Kit di vestiti cosi tanto ricercato e curato da parte nostra e della Fondazione dello sport, sponsorizzato da Bper, che ha superato ogni tipo di aspettativa e che ci ha permesso di girare per aeroporti e per tutta Parigi sempre tutti Blu, uguali e bellissimi. Facendo in modo che tutti ci guardassero e in tanti ci chiedessero cosa facevamo lì. Anche in quest'occasione, come ormai da tradizione, c'è un momento legato al vestiario davvero particolare.
Una volta arrivati in aeroporto, ognuno vestito come vuole, c'è il momento della trasformazione. Lì per la prima volta si diventa squadra, si entra in bagno tutti diversi e si esce vestiti tutti uguali. Quel momento apparentemente semplice, ha qualcosa di speciale, e come se da lì iniziasse il viaggio, da lì nessuno è più un individuo, ma si è tutti un'unica bellissima squadra Blu pronta per vivere l'avventura insieme.
Dopo la preparazione del viaggio, è arrivato il momento della partenza vera e propria. E se qualcuno è abituato a volare, anche questa volta c'era chi prendeva l'aereo per la prima volta. Vedere l’emozione negli occhi durante il decollo, le mani che cercano quelle degli altri, e la tensione che per qualcuno non va mai via neanche dopo mille viaggi è sempre qualcosa di magico, ancor di più se vissuto insieme ai compagni.
Una volta atterrati, erano molteplici le cose da fare. Ritirare i bagagli, prendere il Bus, poi la metro, nel frattempo trovare un posto dove mangiare. Arrivare in ostello, piazzarsi in camera e organizzarsi per i giorni successivi. E già qui ci siamo resi conto che i presupposti erano quelli giusti. Nonostante la trafila per arrivare all'hotel, tutti i ragazzi sono sempre stati bravissimi, preparati e positivi.
Perché alla fine il vero risultato è stato vedere 23 ragazzi perfetti, capaci di vivere un’esperienza così grande senza nessun tipo di difficoltà. La gestione del gruppo è stata impeccabile ma solo perché ogni singolo membro ha saputo piegare le proprie esigenze a quelle degli altri. E ciò è successo sia nelle situazioni più banali che in quelle più complicate. Tutti, anche chi era a una delle prime trasferte con noi, ha dimostrato una maturità che forse nemmeno noi ci aspettavamo.
Neanche il tempo di una doccia che eravamo già a scarpinare per Parigi, la voglia di vedere la Ville Lumière era troppa per rimanere nelle camere dell'ostello seppur stanchi. Camminare per Parigi è un po' come parlare di donne col capitano, ovunque ti giri c'è qualcosa di bello! E prima siamo passati da Notre Dame, fra risate asiatiche e foto di gruppo. Poi dal Pantheon, enorme bellezza paragonabile solo alla ridente Bibbiano secondo alcuni. Infine persino la tappa al locale "The Bombardier", che ha svoltato la trasferta del nostro cecchino. E poi la cena, in una tipica Brasserie parigina, fra lumache e un cameriere un po' rude. Non servivano grandi programmi: bastava essere lì, seduti insieme, dopo una giornata iniziata nel bagno del Marconi e finita dall’altra parte dell’Europa.
E dopo un sabato sul campo, prima della finale della domenica ci siamo concessi un altro assaggio di Parigi. Siamo passati dal Louvre e dai suoi bellissimi giardini. E abbiamo pranzato a Baguette proprio vicino al Braciere Olimpico acceso in occasione dei giochi olimpici di Parigi 2024, periodo nel quale eravamo già stati lì, in occasione del preolimpico di Nantes, vinto anch'esso. Un pranzo dislocato su diverse panchine, dove ognuno ha saputo godere della compagnia dei compagni nel modo più naturale possibile. E anche qui si vedeva la maturità raggiunta. Non c'è stato bisogno di controllare o organizzare tutto nei minimi dettagli. I ragazzi erano capaci di stare insieme, di gestirsi, di godersi il momento in autonomia.
La cosa che colpiva era anche l’attenzione che attiravamo. Eravamo tanti, sempre tutti insieme, rigorosamente con gli stessi colori, un gruppo così numeroso e riconoscibile. La gente ci guardava. Non era nemmeno raro vedere persone che si giravano e poi riprendevano quello che stavano facendo col cellulare. Anche perché vedere un gruppo così numeroso, con ragazzi e ragazze così diversi tra loro ma tutti insieme, attira l’attenzione. Ed è bello perché rappresenta esattamente quello che siamo. Un gruppo che non passa inosservato. Non perché vuole farsi notare, ma perché racconta e trasmette qualcosa di potente.
La prima partita del torneo ci ha messo subito davanti a una delle due squadre con le quali Smash partecipava al torneo, probabilmente quella meno esperta. Smash si è confermata sicuramente una delle realtà più solide del panorama del Baskin francese anche solo per essere riuscita a schierare due squadre.
Questa prima sfida tuttavia non ha visto scendere in campo nessuno degli storici giocatori di Smash che ci ricordavamo per la dura battaglia che ci eravamo dati un paio di anni prima a Nantes. Tutti volti nuovi, che probabilmente si sono appena avvicinati al Baskin, e per il movimento francese, questo è sicuramente un bellissimo segnale.
Tuttavia a livello di gioco, è stato sicuramente un inizio soft. Che ha permesso ai reggiani di iniziare il bellissimo torneo organizzato in maniera eccellente dai ragazzi di Novosport Parigi nel miglior modo possibile, senza dover per forza andare al massimo fin da subito, nonostante gli strascichi delle finali nazionali di poche settimane prima hanno imposto un livello di gioco dei BiancoBlu davvero alto fin da subito.
Dopo la partita, abbiamo continuato a vivere quella che sarebbe stata una lunghissima giornata da vera squadra. Il torneo non era fatto solo dei minuti in campo, oltrettutto limitati in maniera furba e intelligente per permettere di poter fare più partite. Ma di tutto quello che succedeva attorno: gli arbitraggi, le pause, il tempo passato insieme in palestra.
A proposito di ciò, ci teniamo molto a ringraziare nuovamente i ragazzi di Novosport Parigi per aver messo in piedi un torneo fantastico alla loro prima volta. Davvero solo tanti complimenti per tutto il loro meraviglioso staff. Un torneo sicuramente dai ritmi molto impegnativi: giocare, aspettare, arbitrare, mangiare. C'era bisogno di gestire al meglio le energie, ma un po' per le convocazioni del nostro staff, un po' per i nostri giocatori che ormai sono abituati a tutto, non è stato un problema per i reggiani.
E durante le pause, qualcuno sempre pronto a studiare gli avversari, qualcuno che se la dormiva sulle bellissime tribune in legno dell'Adidas Arena. A proposito di ciò, una location da panico, con palestre su piani diversi. Giocare nel complesso dell'Adidas Arena è stato qualcosa di impagabile.
Dopo la sfida con Smash è stato il turno di ESGB, un'altra squadra francese davvero simpatica e divertente per tutto quello che riesce a mettere in campo: bambini, donne, anziani, persone con caratteristiche e capacità molto diverse tra loro, ma che si stavano divertendo a giocare insieme.
Era proprio l’esempio di come questo sport riesca a mettere insieme persone che normalmente difficilmente avrebbero avuto la possibilità di condividere un campo da basket nella stessa partita. Si vedeva che per loro il valore dell’esperienza andava oltre il punteggio.
E questo ci ha ricordato ancora una volta il motivo per cui esiste il Baskin: non eliminare la competizione, ma renderla possibile per tutti. La partita contro ESGB è stata quindi molto più di una gara: è stata una delle immagini più belle di quello che il Baskin rappresenta.
La partita con il Belgio è stata l'ultima del girone. Una squadra che non avevamo mai incontrato, neanche nelle nostre scorse esperienze internazionali e con la quale è stato davvero un piacere giocare. Un Baskin bello, fluido, fatto di un giusto equilibrio fra divertimento e agonismo, proprio come piace a noi.
Siamo davvero contenti di aver potuto conoscere questa realtà, con la quale potrà sicuramente nascere qualcosa di interessante in futuro. Squadra che tiene alto lo stendardo del Baskin nella propria nazione, e anche solo per questo motivo bisogna fargli onore.
Girone che si chiude quindi con un percorso netto per i nostri ragazzi, che si guadagnano quindi la semifinale riuscendo a esprimere il solito bel Baskin, fatto di tanti passaggi e coinvolgimento di tutti i ruoli. Aspetto che è stato ancora più cavalcato considerando che con i quarti da 6 minuti, il numero massimo di tiri per i ruoli 5 era due e così anche di canestri per i Pivot e tutti gli altri ruoli. Questo ha obbligato ancor di più i BiancoBlu a cercare soluzioni molto diverse durante il corso delle varie partite.
La semifinale contro Smash è stata probabilmente la partita più significativa di tutto il torneo. Non necessariamente per il risultato, ma per quello che ci ha lasciato dal punto di vista tecnico, mentale ed emotivo. La formazione era praticamente la stessa affrontata un paio di anni prima, e con la quale avevamo fatto davvero tantissima fatica, anche se non soprattutto per il livello fisico messo in campo, davvero altissimo; e per la completezza in tutti i ruoli, caratteristica tutt'altro che scontata.
Ma se il titolo italiano non fosse bastato come conferma, in questa occasione ne abbiamo avuta un'ulteriore. Il nostro livello di gioco è stato assoluto. Gli avversari hanno provato in tutti i modi a fermare la Marea, ma non c'è stato verso. All'intervallo la partita era già chiusa, sintomo della crescita verticale che la nostra squadra ha avuto negli ultimi due anni e che l'ha portata a giocare un Baskin di massimo livello nonostante possano cambiare gli interpreti.
Una semifinale netta. Che ci dava l'idea di come essere abituati a giocare partite di alto livello faccia la differenza in queste occasioni. Reggiani che non hanno solamente giocato un bellissimo Baskin, ma che si sono divertiti facendolo, cercando anche soluzioni speciali provate in allenamento ma che raramente avevano messo in campo in partita.
La serata che ha seguito questo primo giorno di torneo è stata davvero esotica. Iniziata con una cena a base di cous cous in un locale marocchino della capitale francese durante la partita del mondiale vinta proprio dalla squadra del posto. Si è conclusa con un ordine da più di due piotte e mezzo al MacDonald di piazza della Bastiglia, preso da asporto da tre dei nostri e mangiato con gusto da tutti nella sala comune dell'ostello.
Anche questo un momento semplice che però dice tanto di cosa sia diventata la nostra squadra. Esattamente una squadra di ragazzi in grado di adattarsi ad ogni tipo di situazione e soprattutto in grado di godere e divertirsi anche solo per il fatto di essere insieme nel vivere esperienze sportive, ma soprattutto di vita del genere.
Da sottolineare che nessuno si è lamentato, nonostante l'orario, la stanchezza dovuta alla giornata infinita, la fame e gli ordini in parte sbagliati. Anzi, anche qui dimostrazione di assoluta maturità da parte di tutti che hanno poi saputo godersi la serata, fra chiacchiere e risate, in una Parigi notturna tanto affascinante quanto da lì a poco sorprendente.
La finale è stata un momento davvero particolare. Si è giocata in un meraviglioso palazzetto, lo Stade Pierre de Coubertin, e ha avuto un sapore tutto suo, come les escargot provate la prima sera. Dall'altra parte, ad attendere i reggiani c'era una delle altre due squadre italiane del torneo, le pantere di Cusano Milanino. Ma in realtà, forse per la prima volta, questo poco importava.
I Baskings hanno raggiunto una consapevolezza tale di gioco, da poter cambiare gli addendi, senza che cambi anche il risultato. Infatti, vuoi anche il successo appena raggiunto a Monfalcone, per la prima volta nella nostra storia le convocazioni hanno preso un sapore del tutto diverso, sono avvenute in maniera naturale e spontanea, non perché qualcuno se lo meritasse più di altri, ma perché era giusto così, e i motivi sono stati chiarissimi fin da subito per tutti, consci del fatto che fossimo tutti pronti a vestire la maglia BiancoBlu anche in un'occasione così importante come una finale di un torneo internazionale.
E il campo ci ha dato ragione. Tutta la nostra fiducia è stata ampliamente ripagata. E non sappiamo se sia stato più bello vedere ragazzi che alle finali nazionali non sono potuti scendere in campo per il limite di giocatori convocabili, giocare in modo davvero incredibile; oppure vedere chi era stato protagonista in quell'occasione, gioire per i propri compagni dalla tribuna, o addirittura essere il primo a togliersi il posto per lasciarlo ad uno di loro. Sono emozioni che non si possono spiegare, si possono solo vivere, e probabilmente solo in maglia BiancoBlu. Una vera vittoria di squadra e da squadra.
La cosa curiosa è che, alla fine della partita, non c’è stata un’esplosione immediata di gioia da parte di tutti. Sicuramente l'ultima finale giocata aveva portato con sé un carico di emozioni difficilmente replicabili. Ma una finale resta sempre una finale, e bisogna saper vivere al meglio momenti come questi che non sono per nulla scontati, lasciando spazio alla gioia e all'entusiasmo, che non sono di certo mancati una volta che è arrivata la consegna della coppa e delle medaglie.
E poi le solite foto di rito, in mille pose e in mille composizioni diverse, perché le tradizioni vanno sempre mantenute. Per qualcuno era la prima volta con una coppa in mano, vinta sul campo. Per qualcun'altro era l'ennesima, ma il momento post vittoria nel quale si rimane l'ultima squadra in campo a fare le foto sotto il canestro con la coppa e le medaglie rimane uno di quei momenti che si scambierebbero con poche cose al mondo.
E poi lo spogliatoio, fra canzoni e gavettoni, rimane sempre un posto magico nel quale potersi davvero del tutto dare alla pazza gioia. Nonostante le sirene che ci intimavano di uscire e le docce gelate è stato come sempre un momento di vita vera dove rendersi conto che alla fine siamo tutti bestie uguali. E lì fra una medaglia presa per qualcuno a casa e una bandiera messa come mantello da Superman, che è nata l'idea di andare a festeggiare sotto la Tour Eiffel.
Siamo partiti con una squadra di 23 persone, con storie diverse, caratteristiche diverse, esigenze diverse. Un gruppo che sulla carta poteva sembrare difficile da gestire, perché mettere insieme così tante ragazzi e ragazze, con livelli di autonomia differenti e con bisogni diversi, non è mai semplice. Una squadra che prende aerei pullman e metro, che affronta una città enorme come Parigi, che cambia programmi in corsa, che si adatta alle difficoltà, che aspetta chi è rimasto indietro e che aiuta chi è più in difficoltà.
Una delle cose più belle di questa esperienza è stata vedere ragazzi che magari, in altri contesti, avrebbero avuto più difficoltà a vivere certe situazioni, riuscire invece a farlo in quasi totale autonomia. Prendere un aereo. Muoversi in una città straniera. Entrare in un ristorante. Ordinare. In Francese. Gestire le proprie cose. Gestire le relazioni con gli altri. Camminare per chilometri. Affrontare la stanchezza. Dormire fuori casa. Sono tutte cose che per molti possono sembrare normali, ma per alcuni dei nostri ragazzi rappresentano sempre e comunque conquiste enormi.
E la cosa più bella è che spesso loro stessi non si rendono conto di quanto stanno facendo mentre lo stanno facendo. Vivono il momento. Si buttano. Provano. Senza il paracadute dei genitori. E alla fine tornano a casa più sicuri di prima. Questo è forse uno degli aspetti più importanti del nostro progetto: dare occasioni vere di sviluppo, non creare situazioni protette dove tutto viene preparato e risolto dagli altri. Perché la crescita arriva proprio quando una persona ha la possibilità di mettersi alla prova.
Esperienze così fanno anche capire quanto sia importante il lavoro che c’è dietro. Perché quando un gruppo arriva a vivere momenti del genere, non è mai casuale. Dietro ci sono scelte, allenamenti, regole e responsabilità. C’è il lavoro quotidiano per creare una cultura di squadra. E anche il viaggio di Parigi è dovuto passare per momenti difficili. La conoscenza dei ragazzi ci permette di sapere chi riesce a stare dentro un gruppo. Chi sa affrontare la fatica. Chi sa adattarsi. Chi sa affidarsi agli altri. Chi sa gioire insieme agli altri. E tutte queste scelte, seppur difficili stanno nella responsabilità di costruire qualcosa di grande, che vada oltre i singoli.
La cosa più bella è che questo viaggio non rappresenta un punto di arrivo. Rappresenta un punto di partenza. Perché dopo aver vissuto un'esperienza tale, il gruppo torna a casa con una consapevolezza diversa. I ragazzi hanno visto cosa possono fare. Noi abbiamo avuto l'ennesima la conferma che il percorso intrapreso anni fa aveva un senso.
Un progetto nato con l’idea di creare un’attività sportiva inclusiva è diventato qualcosa di molto più grande. È diventato un luogo dove le persone crescono. Dove le famiglie si incontrano. Dove i ragazzi trovano spazio. Dove le fragilità si spezzano per poi ricostruirle. Dove lo sport diventa uno strumento per superare limiti che spesso esistono solo perché nessuno aveva mai dato loro la possibilità di provarci.
Alla fine, tra qualche anno, forse non ricorderemo il punteggio di ogni partita o ogni dettaglio del torneo. Ricorderemo sicuramente la vittoria, ci sarà lì la coppa a ricordarcela quella; ma le emozioni e i momenti vissuti insieme, quelli daranno valore a quella che sennò sarebbe solo un'inutile ferraglia. Non ricorderemo il campo. Ricorderemo l’entusiasmo del primo volo. Le risate. La sorpresa a Cristiano e Agnese. La notte sul lungo Senna. Le parole scambiate in camera prima di andare a letto. Gli abbracci, tutti gli abbracci. Perché sono questi i momenti che danno il vero valore a un viaggio. Parigi non è stata solo una trasferta. È stata una fotografia di quello che sono diventati i Baskings.
Finiti gli oneri di campo, vinto il torneo e archiviata la parte sportiva, quello che ci rimaneva da fare era andare a festeggiare. Presa la metro in direzione Arco di trionfo avevamo deciso di cenare lì, ancora secondo tradizione, al Five Guys degli Champs Elysees. Ma prima di farlo, ci rimaneva una cosa da fare, onorare quella che è stata una bellissima storia nella storia. Infatti uno dei nostri giocatori, aveva deciso di portare la neo moglie con lui in questa bellissima avventura, non solo per farci il tifo e le foto, ma perché questi giorni insieme sarebbero stati l'inizio della loro luna di miele.
Tra tutti i momenti vissuti a Parigi, quello dedicato a loro è stato probabilmente uno dei più particolari e inaspettati. L’idea era semplice: regalare un momento magico, all’interno di un viaggio che ha un significato enorme, a due persone davvero speciali. E per questo un po' con l'inganno li abbiamo portati in uno dei migliori ristoranti di pesce di Parigi e lì abbiamo lasciati lì, a godersi una romantica cena nella città dell'amore, solo loro due, eleganti come non mai. La loro reazione è stata genuina, proprio come loro, e le facce dei ragazzi che sapevamo dello scherzo erano tutto un programma.
Anche questo vuol dire essere squadra e speriamo così di aver saputo dare un valore aggiunto al viaggio di nozze di un ragazzo che è stato sicuramente un valore aggiunto enorme per la nostra squadra. Ed è forse proprio questo il senso del Baskin e in particolare della nostra squadra. Diventare parte di un qualcosa che non si sa nemmeno di necessitare nella propria vita finché non vi ci si trova in mezzo e, con il giusto tempo, ci si rende conto del valore di ciò che si sta vivendo.
Abbiamo mangiato come se non ci fosse un domani, e fra panini, patatine e re-fill automatici ci siamo goduti una bellissima cena nell'attesa che i due sposini ci raggiungessero di nuovo. Dopo la cena siamo rimasti fuori, a camminare verso il simbolo di Parigi. E fra crepes, souvenir e "Lamborghini verde casa" siamo finalmente arrivati alla Tour Eiffel. E quel giardinetto è velocemente diventato teatro di un bellissimo set fotografico vissuto fra mantelli tricolore al vento e equilibri precari su staccionate pericolanti. Illuminati da un lato dalla luce della Signora di Ferro e dall'altro dai suoi riflessi sulla Senna.
Ma in un contesto magico, quasi senza accorgercene, è arrivata l'una di notte.
E a Parigi, a quell'ora, la metropolitana chiude. Quando ce ne siamo resi conto, era ormai troppo tardi e nonostante una disperata corsa, siamo rimasti a piedi e il nostro ostello era a più di sette chilometri di distanza. Eravamo stanchi. Arrivavamo da un torneo intenso, da giornate piene di partite, sveglie all'alba e chilometri percorsi per visitare la città. Mentre cercavamo di capire cosa fare, quasi senza rendercene conto, abbiamo iniziato a camminare.
Ed è proprio lì, in quel momento di difficoltà, che è successo qualcosa di magico.
Passo dopo passo, metro dopo metro, immersi nella bellezza di una Parigi illuminata nel cuore della notte, ci siamo accorti che non avevamo bisogno di niente e di nessuno.
Avevamo bisogno soltanto gli uni degli altri.
Nessuno è rimasto indietro.
Da fuori sembravamo un'unica macchia blu che attraversava la città.
Non c'erano differenze, non c'erano etichette, non c'erano limiti.
C'era semplicemente un gruppo di amici che andava nella stessa direzione.
Ognuno a modo suo. Ognuno con i propri tempi. Ognuno con le proprie fatiche.
Eppure tutti, allo stesso tempo, capaci di trascinare gli altri e di lasciarsi trascinare quando ce n'era bisogno.
Quella camminata è diventata il simbolo di quello che siamo. E più andavamo avanti, più l'entusiasmo cresceva.
Quello che fino a poco prima sembrava impossibile diventava, passo dopo passo, sempre più normale.
Fino a quando, quasi senza accorgercene, ci siamo ritrovati a correre sui grandi ponti della Senna, davanti al Grand Palais, con il sorriso stampato in faccia.
Alle 3:05 eravamo davanti all'ostello.
E qualcuno aveva ancora voglia di continuare a camminare. E qualcuno aveva ancora la forza di fare scherzi, e di vendicarsi di quelli del capitano.
Alla fine quella notte è stata probabilmente il modo migliore per chiudere una giornata incredibile. Avevamo sfruttato ogni minuto, avevamo vissuto Parigi fino in fondo e avevamo trasformato una difficoltà organizzativa in uno dei ricordi più belli del viaggio se non di sempre.
Forse è proprio questo il senso di esperienze come questa: non sono solo i momenti perfetti quelli che rimangono, ma quelli in cui qualcosa va storto e il gruppo riesce a trasformarlo in un ricordo meraviglioso.
Solo oggi ci rendiamo conto che quella notte è stata la metafora perfetta di tutto ciò che abbiamo costruito in questi anni.
Un percorso iniziato con fatica, pieno di ostacoli e momenti in cui sarebbe stato molto più semplice fermarsi o scegliere una strada più comoda.
E invece abbiamo continuato, sempre insieme, in maniera naturale, come camminare.
Esattamente come abbiamo fatto durante tutta la scorsa stagione, che ci ha portati a conquistare il titolo italiano e solo un paio di settimane dopo anche il torneo di Parigi.
Anche il rientro vittoriosi in patria è stato un pezzo di viaggio. I genitori si erano organizzati per venirci a prendere a Verona e una volta arrivati al nostro adorato parcheggio della Dechatlon c'è stata una meravigliosa accoglienza. Palloncini bianchi e blu appesi tutti intorno e l'abbraccio dei genitori e di tanti dei ragazzi della squadra Junior ha riaccolto i nostri ragazzi. Una scena che ha sottolineato per l'ennesima volta quanto il valore di questo gruppo vada anche oltre chi è pronto per fare l'esperienza e chi invece ancora no. In quel parcheggio l'entusiasmo era tale che sembrava che fossero tutti stati via con noi.
Alcune scene non hanno davvero prezzo, come vedere qualcuno che si era imboscato una medaglia in più per poterla dare ad un compagno che non è riuscito a venire.
Noi capiamo che sia difficile far parte di un gruppo come il nostro, perché da un lato è totalizzante. Ti porta davvero a vivere un aspetto della vita, se non tutta quanta, in maniera differente e in un contesto dove ci devi essere, completamente. E siamo contentissimi che alcuni delle nostre giovani leve e le rispettive famiglie dimostrino tutti i presupposti per volerne far parte tanto quanto i Senior.
Essere Baskings significa diventrare parte di qualcosa di più grande, che non è solo un gruppo sportivo inclusivo. È relazione, è condivisione, è crescita, è appartenenza, è cultura. Perché alla fine il valore di un’esperienza non si misura solo da quello che si vince. Si misura da quello che lascia. E Parigi ci ha lasciato tantissimo. Ma soprattutto una lezione: per avere delle grandi soddisfazioni bisogna saper osare; e per osare non si può pensare in nessun modo di sottovalutare i nostri ragazzi; ma al contrario bisogna avere il coraggio di saperli sfidare, stando certi che rimarrete sorpresi di cosa siano in grado di fare.





Non è solo una vittoria sul campo: è la dimostrazione che quando talento, passione, impegno e inclusione si incontrano, non esistono limiti. ❤️Bravissimi ragazzi
I nostri ragazzi nel mondo. Non solo campioni di Baskin: campioni nel modo di esserci l’uno per l’altro.